13 motivi per vedere tredici – thirteen reasons why

13 motivi per vedere tredici – thirteen reasons why

Metti le cuffie e premi Play

Tredici (o meglio 13 Reasons Why) è a tutti gli effetti un successo. Un successo mediatico, in primo luogo, visto che da quando la serie TV è arrivata sulla piattaforma Netflix non si parla d’altro.
Quando un serial raggiunge in breve tempo la cresta dell’onda e finisce vittima incontrastata delle attenzioni dei social e del web, arrivano inevitabilmente i giudizi più disparati, che causano soltanto confusione.
Il nostro obiettivo è far chiarezza in quel mare di opinioni in cui nuotano i giudizi di chi la considera un capolavoro assoluto e di chi non vede l’ora di gettar fango sull’ennesima serie di successo, solo per il gusto di screditare ciò che diviene improvvisamente mainstream.
Tredici è un’ottima serie. Probabilmente non è la migliore che abbiamo visto su Netflix, magari non sarà neppure la migliore di questa prima metà del 2017, ma senza dubbio merita il nostro tempo, ed oggi siamo qui a darvi 13 ragioni perché 13 reasons why (ops…) è una serie da vedere assolutamente.

1. Perché il mistero è coinvolgente

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Il mistero alla base dell’opera è un po’ il traino di Tredici. Quando una serie punta molto su quest’aspetto deve assicurarsi che sia davvero avvincente e che riesca a coinvolgere lo spettatore per l’intera durata dello show. 13 puntate di circa 50 minuti ciascuna non sono certo poche, e il saper mantenere alta la tensione rappresenta indiscutibilmente un valore aggiunto.

Un ulteriore plus è dato dal fatto che questo grado di coinvolgimento provenga sostanzialmente da un drama, e non da una storia investigativa.
Le attese di Clay, il suo perenne contrasto tra la voglia di scoprire dove i nastri vadano a parare e la paura di conoscere la verità viene vissuto intensamente anche dallo spettatore. E questo, come dicevamo, è un punto a favore.

2. Per i personaggi

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Non solo Hannah e Clay: i personaggi di questo serial sono fantastici. Lo stereotipo del college americano fuoriesce in maniera prepotente ma nel senso migliore del termine, prendendo spunto da diversi teen drama a cui abbiamo assistito in passato. Le cheerleader, i bulli, i bullizzati, i ricconi figli di papà, gli studenti omosessuali al confronto con i disagi dettati dalla società, tutti questi personaggi vengono esasperati ma mantengono le proprie caratteristiche, adattandosi al corpo in cui vengono inseriti. Ognuno di loro ha una doppia faccia, il risvolto della medaglia che ci mostra cosa si nasconde veramente dietro la maschera che la scuola e i dettami della società gli costringono ad indossare. Questo rende ogni protagonista una scoperta fantastica che strada facendo ci regalerà colpi di scena.
Merito del cast, ma anche e soprattutto del plot, che grazie alla sua struttura dona un’importanza pressoché equa ai tanti protagonisti, che in questo caso possono veramente definirsi tali.

3. Perché ha dei tempi perfetti

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Tredici è scandita e montata benissimo.
Il montaggio è serrato e riuscitissimo, elemento imprescindibile per accompagnare degnamente il mistero di cui abbiamo parlato nel punto 1.
Ma è il modo in cui vengono scanditi i tempi, i frequenti salti temporali tra passato e presente a costituire in tal senso il vero asso nella manica del serial.
Clay, mentre ascolta i nastri, ripercorre i luoghi del mistero, facendoci rivivere – e rivivendole lui stesso – le (dis)avventure di Hannah, contribuendo in maniera fondamentale a questa perfetta alternanza temporale.

4. Perché la recitazione è convincente

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Abbiamo parlato del cast, asserendo quanto i personaggi messi in scena rappresentino una mescolanza perfetta. Tra i meriti degli interpreti c’è sicuramente una recitazione convincente. Non sempre i teen drama brillano per quest’aspetto, ma in tal caso possiamo stringere virtualmente la mano ai protagonisti. Ognuno sa stare al suo posto, e se Katherine Langford aka Hannah Baker è abile nel farci emozionare vivendo le sue vicissitudini, è altrettanto vero che Dylan Minnette è assolutamente credibile nel ruolo di Clay Jensens, portando sullo schermo una sorta di Seth Cohen più cazzuto. Il classico protagonista con il quale, pur se non ti ci rispecchi, non puoi che esser solidale. E poi ci sono tutti gli altri, altrettanto bravi nel saperci accompagnare nell’arco delle 13 puntate.

5 Perché ci sono le audiocassette

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L’effetto nostalgia sembra ormai essere una componente fondamentale negli ultimi serial di grande richiamo. Se in Stranger Things l’ambientazione anni ’80 ed i riferimenti ad alcuni cult di un tempo hanno generato in noi il sovracitato effetto, in Tredici la nostalgia viene evocata in maniera meno onirica e più definita da semplici audiocassette.
Hannah avrebbe potuto utilizzare diversi modi per far arrivare i propri messaggi vocali a destinazione, e invece opta per le audiocassette. La produzione qui compie una scelta assolutamente perfetta.

6. Perché è perfettamente multigenere

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Tredici non è soltanto un teen drama, o uno school drama. C’è il mistero di base, che lo rende (come specificato nel primo punto) una sorta di racconto di investigazione articolato e coinvolgente, ed inoltre i temi che tratta, in particolare il bullismo ed il suicidio sono così significativi e rilevanti che, oltre a far salire l’asticella del livello, contribuiscono a dare all’opera una dimensione assolutamente multigenere. È indefinibile sotto tale aspetto, ma nel senso positivo del termine.

7. Perché ha una colonna sonora pazzesca

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La selezione musicale è eccezionale, ma soprattutto è funzionale alla storia. Ogni lato del nastro è un racconto, e ad ogni racconto è associata una canzone che accompagna la narrazione per poi esplodere nel finale. Si passa dai Cure o dai Joy Division ai Chromatics o Selena Gomez: insomma, ce n’è davvero per tutti i gusti, ma soprattutto è assortita in modo studiato. Un’opera certosina, che in un contesto fatto di walkman e audiocassette si esalta ancor di più.

8. Perché è originale

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L’avete capito ormai, anche se non l’avete ancora vista. Tredici è una serie innovativa, piena di spunti interessanti, che forse si specchia un po’ troppo spesso e si crede più luminosa e bella di come sia realmente, prestando il fianco a qualche piccolo difetto, a qualche lieve calo di ritmo (che rimane comunque uno dei punti di forza dell’opera), ma dobbiamo constatare l’indubbia originalità del serial.
A partire dal suo essere – come detto – multigenere, arrivando ai temi che tratta, Tredici prende spunto da tante cose ma formula una ricetta innovativa, ed assolutamente vincente.

9. Perché può essere utile

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Per quanto utile possa essere un serial televisivo, ovviamente.
Il tema del bullismo e quello del suicidio vengono affrontati in maniera specifica e certosina, cercando di non tralasciare niente. Prova a spiegare l’importanza della comunicazione, un fattore spesso assente o mal approfondito dalla nostra società, soprattutto tra i giovani.
Ogni persona ha una propria vita, affronta quotidianamente le proprio battaglie, interne ed esterne, e se imparassimo a giudicare meno gli altri e a comunicare più spesso e meglio tra di noi, un miglioramento generale non sarebbe escluso.
Insomma, forse Tredici non servirà a cambiare le cose, ma può essere un buono spunto di riflessione.

10. Perché è ciò che vuole essere

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Una serie come Tredici sa già, pure in pre-produzione, che susciterà clamore e farà parlare tanto di sé. Sa che ci sarà gente che si esalterà e la esalterà, e sa che ci saranno invece i detrattori, che non perderanno occasione di parlarne male in tutti i modi. Tuttavia Tredici ha le spalle grosse, e va avanti per la sua strada, magari con le assurde pretese di doverci indicare la via dell’etica, magari con la superbia di chi si crede perfetto. O magari no. Sicuramente è ciò che vuole essere, e non fa sconti.

11. Perché non puoi non affezionarti ad Hannah

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Katherine Langford è la Natalie Portman 2.0. Oltre all’indubbia somiglianza con l’attrice israeliana, Hannah Baker (ovvero la Langford) si dimostra una valida narratrice, le cui insicurezze ci lasciano perennemente il dubbio di trovarci di fronte ad una verità o ad una bugia, o più semplicemente davanti ad una verità distorta. Tuttavia il suo modo di essere, le sue paure, e le sue tristi vicissitudini fanno di lei una ragazza da abbracciare virtualmente, da compatire (in senso buono), e non potete davvero fare a meno di affezionarvi ad Hannah.

12. Perché è tra le migliori produzioni Netflix del momento

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Siate sinceri: cosa vi sta proponendo Netflix di così favoloso, attualmente? Ci sono così tanti prodotti migliori di 13 Reasons Why? Non sarà un capolavoro, non sarà la serie migliore dell’anno, ma rimane comunque uno delle più interessanti produzioni del momento.

13. Per farsi una propria idea

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Capolavoro? Bufala incredibile? Per quanto ci riguarda non si tratta né dell’una, né dell’altra, ma di un’opera assolutamente interessante, originale nella forma e soprattutto nei contenuti, per tutti i 12 motivi discussi finora.
Una cosa è certa: il web non fa che parlare di 13 Reasons Why, quindi dovete vederlo assolutamente, se non altro per farvi una vostra idea.

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Tredici – Thirteen reasons why

Tredici – Thirteen reasons why

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La serie Tredici – 13 Reasons Why ha sicuramente trovato in Netflix la collocazione ideale che non ne limitasse la portata e, seppur modificando in maniera significativa alcuni passaggi della storia ideata da Jay Asher, riesce ad avere il giusto approccio per rivolgersi a un pubblico composto non solo dagli adolescenti che potrebbero ritrovarsi e riconoscersi nella storia di Hannah e di Clay.

Dopo i primi due episodi diretti da Tom McCarthy e scritti dallo showrunner Brian Yorkey, la serie si allontana progressivamente dalla struttura semplice in cui il racconto di Hannah Baker si intreccia con la reazione di Clay, il ragazzo che riceve le cassette su cui sono incisi i tredici motivi per cui la teenager ha deciso di porre fine alla sua vita. E’ infatti il personaggio affidato a Dylan Minnette ad assumere sempre più importanza e a risultare centrale nel mostrare le conseguenze di un gesto così estremo e nel capire quali potrebbero essere le reazioni alla scoperta della sofferenza vissuta dalla sua amica. La catena di eventi negativi che ha preso il via nel primo episodio, con l’ingenuità che contraddistingue quasi tutte le prime infatuazioni adolescenziali, assume poi dei contorni sempre più oscuri e drammatici seguendo, tassello dopo tassello, come nella vita della studentessa si siano introdotte violenza, morte e disperazione.
Il team di autori ha deciso di rendere la narrazione ancora più complessa e ricca di dettagli rispetto al libro approfondendo tutti i personaggi e mostrando i loro rapporti sicuramente non idilliaci con i genitori, le insicurezze personali e la loro posizione all’interno del microcosmo del liceo.
Justin, la prima cotta di Hannah, deve fare i conti con una madre assente e alle prese con la dipendenza; Jessica affoga i suoi problemi nell’alcol e negli eccessi; Alex è fragile e subisce la pressione dell’essere il figlio di un poliziotto; Courtney non sa come rivelare ai suoi papà di essere omosessuale; Marcus non vuole ammettere i suoi errori; Zach deve fare i conti con un’immagine da mantenere fin troppo perfetta… Tutti i “colpevoli”, tranne forse il peggiore del gruppo, sono messi di fronte a ostacoli personali di vario tipo, situazione che crea un contesto per, in un certo senso, giustificare le azioni e dall’altra spinge lo spettatore a interessarsi a ognuno dei personaggi, probabilmente in vista di una seconda stagione. Questa scelta, tuttavia, penalizza in parte il racconto di Hannah: le sue motivazioni per suicidarsi diventano così a tratti meno comprensibili soprattutto nella prima metà della stagione e non è del tutto immediato provare empatia per lei. I continui salti tra passato e presente, nelle situazioni meno drammatiche, tolgono infatti forza alla sua sofferenza, spostando l’attenzione su quella di chi le stava accanto.
Tredici – 13 Reasons Why ha però il merito di non edulcorare nessuna delle situazioni portate sullo schermo: gli ultimi episodi in particolare, senza temere di mostrare immagini forti e realistiche, non nascondono l’orrore che si insinua nella vita della protagonista ma nemmeno lo rendono spettacolare.

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La giovane Katherine Langford dimostra di possedere un incredibile talento naturale e la capacità di esprimere con il proprio sguardo la fragilità interiore del suo personaggio, fino a un primo piano impossibile da dimenticare nel momento in cui Hannah subisce una violenza in grado di portarla al punto di non ritorno e a un ultimo sguardo a quello che si sta lasciando alle spalle che colpisce emotivamente, dopo l’ultimo tentativo fallito di vedere una via d’uscita. Dylan Minnette segue inoltre piuttosto bene l’evoluzione di Clay nello scoprire la verità, interpretando con trasporto e convinzione la disperazione e lo spaesamento, fino alla decisione di agire.
L’intero cast di interpreti appare comunque convincente, nonostante gli autori scivolino in più di un’occasione in facile stereotipi come nel caso di Sheri, cheerleader dal cuore d’oro che prova a far bene agli altri per espiare le proprie colpe, o del predatore senza alcuna possibilità apparente di redenzione rappresentato da Bryce, fino a Skye e al suo essere outsider. Figure che, seppur delineate con attenzione, faticano a risultare tridimensionali e rischiano di riportare la serie all’interno dei canoni più tradizionali dei teen drama da cui, invece, vorrebbe tenersi ben distante. Complicato anche comprendere realmente il ruolo di Tony e il suo legame con Hannah, nonostante venga spiegato in più passaggi. Ottima, invece, e senza sbavature, la rappresentazione dei genitori: da quelli di Clay preoccupati e alla ricerca di un modo per comunicare con il figlio ai coniugi Baker devastati dalla morte della loro figlia e dalla consapevolezza di aver ignorato potenziali indizi che rivelassero quanto le stava accadendo. Kate Walsh e Brian d’Arcy James sono emozionanti nelle loro interazioni, in particolare nel momento in cui decidono di andare al ristorante, e nel rappresentare l’abisso in cui il suicidio di Hannah li ha gettati, situazione da cui cercano di uscire in modo diverso, elaborando il lutto provando a combattere o appigliandosi alla speranza di ritrovare un’illusoria normalità. L’approccio alle tematiche è infatti particolarmente adulto e ben calibrato per scuotere la coscienza degli spettatori, cercando di far dimenticare le immagini patinate che spesso vengono associate al mondo degli adolescenti.
Per quanto riguarda questo punto sembra quasi doveroso compiere una riflessione su uno dei cambiamenti più inaspettati e, solo al primo impatto, poco comprensibili tra romanzo e serie tv: tra le pagine la ragazza si suicida con delle pillole, mentre nella serie si taglia le vene e muore dissanguata. La nuova versione è sicuramente più dolorosa e, considerando l’attività dei genitori, sembra quasi meno credibile visto che ad esempio la ragazza aveva accesso ai medicinali che si trovavano in negozio. Era quindi necessario mostrare gli ultimi momenti di vita della teenager in modo così duro ed esplicito? Dieci anni fa, quando è stato pubblicato il romanzo, i teenager vivevano però ad esempio in un mondo in cui i social media e la necessità di immortalare ogni aspetto della propria vita con foto e video non erano ancora all’ordine del giorno. In una società così radicalmente diversa appare forse, tristemente, necessario assistere anche agli attimi in cui si spegne una vita per privarli di ogni fascino e rivelarne l’orrore e il dolore. Appare così quasi essenziale, all’interno della realtà attuale, ribadire con quella scena come il suicidio non sia una soluzione che pone fine al proprio dolore, anzi è una scelta terribile che ne causa ancora di più in se stessi e alle persone che si amano. Potrebbe essere considerato scontato, ma è sicuramente un messaggio vero e da trasmettere con fermezza.

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Il team di registi scelti per girare le tredici puntate hanno contribuito poi in modo significativo a mantenere alta la qualità, potendo contare su nomi di spicco e di grande esperienza come Gregg Araki o Jessica Yu, autori di alcune delle puntate più riuscite. Non mancano poi riferimenti a elementi iconici legati a film e progetti dedicati al mondo dei teenager, in particolare a cult degli anni ’80, riferimenti che forse il pubblico più adulto potrà cogliere più facilmente. Le ottime scelte musicali, inoltre, impreziosiscono gli episodi, in particolare il season finale e l’immancabile episodio in cui si svolge un ballo del liceo.
Promozioni quasi a pieni voti anche al montaggio, in particolare nei passaggi chiave che si svolgono alla festa in cui è necessario dare spazio alle emozioni di Hannah di fronte agli eventi, e alla fotografia che assume sfumature dark e più luminose per adattarsi alla natura degli eventi al centro della narrazione.

La serie Tredici ha il grande merito di parlare apertamente di problematiche spesso non affrontate in modo diretto: suicidio, depressione, bullismo, sessualità e incomprensione tra genitori e figli arrivano sullo schermo senza filtri e grande intensità. Le intenzioni nobili non sempre rimangono a galla ma questo non diminuisce l’impatto sugli spettatori, costretti a porsi domande importanti anche sul proprio comportamento.
A limitare un po’ il giudizio positivo è però la scelta di non mantenere sempre al centro il punto di vista di Hannah, situazione che non permette di immergersi nella sua solitudine e disperazione, soprattutto tenendo conto che il suo rapporto con Clay appare particolarmente stretto fin dall’inizio.
La serie appare come un progetto ambizioso e di sicuro impatto sociale, ben calibrato per un pubblico composto da più di una generazione, e confezionato con l’intenzione di gettare le basi per una serie drammatica in grado di affrontare più di una tematica cercando l’autenticità e la verità così necessarie in un periodo storico dominato dalle apparenze.

Le 10 migliori serie tv di netflix

Le 10 migliori serie tv di netflix

 #10 The crown

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The crown racconta l’ascesa al trono della Regina Elisabetta II (Claire Foy), avvenuta con la morte prematura dell’amato Re Giorgio VI (Jared Harris), partendo dal suo matrimonio con il futuro Principe Filippo di Edimburgo (Matt Smith) e arrivando a coprire il primo decennio del suo regno, che come sapete si protrae ancora oggi.

#9 Narcos

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Alla fine degli anni ’70 la Colombia liberata dalla spada di Simon Bolivar si era trasformata in un paese di grandi disparità. Un mondo di privilegi e opportunità dove nascere nella famiglia giusta faceva la differenza. Per tutti gli altri, c’era solo un destino di miseria, fatica o criminalità. E poi c’era lui, Pablo Emilio Escobar Gaviria, un figlio del popolo ambizioso come nessuno, che ci ha lasciato frasi come “Pensa come un povero e vivrai come un povero”. Un potente genio del crimine, ma anche un uomo debole, che è morto per mano degli agenti della DEA e del corpo speciale creato appositamente per scovarlo, il “Bloque de Busqueda”.

#8 Stranger things

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La serie si apre con la scomparsa di un ragazzo. Nel momento in cui gli amici, la famiglia e la polizia si mettono alla sua ricerca, vengono travolti in uno straordinario mistero che include esperimenti segreti, forze sovrannaturali e terrificanti, e una strana bambina.

#7 Master of none 

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Dev (Aziz Ansari) è un un attore trentenne di New York che fa fatica a decidere cosa mangiare per cena, per non parlare di cosa fare del resto della sua vita.

#6 Better call saul

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Premiato agli Emmy, questo prequel della serie “Breaking Bad” racconta la storia dell’avvocato Jimmy McGill e della sua trasformazione nel riprovevole Saul Goodman.

#5 Tredici

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Tratta dal bestseller di Jay Asher, la serie originale Netflix “Tredici” segue Clay Jensen (Dylan Minnette), un ragazzo che al ritorno da scuola trova sulla porta di casa una misteriosa scatola con su scritto il suo nome. Dentro la scatola sono custodite alcune audiocassette registrate da Hannah Baker, sua compagna di scuola per la quale aveva una cotta e che è si è suicidata due settimane prima. Nelle registrazioni, Hannah spiega i tredici motivi che l’hanno spinta a togliersi la vita. Clay è forse uno di questi?

#4 Daredevil

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Matt Murdock combatte le ingiustizie di giorno come avvocato e di notte nei panni di un supereroe a difesa della città, perché a Hell’s Kitchen la giustizia è cieca…

#3 Una serie di sfortunati eventi 

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Tratta dal ciclo di bestseller internazionali di Lemony Snicket (pseudonimo di Daniel Handler) e interpretata da Neil Patrick Harris, vincitore dei premi Emmy e Tony, Una serie di sfortunati eventi racconta la tragica vicenda dei tre orfani Baudelaire, il cui malvagio tutore Conte Olaf è pronto a tutto pur di impossessarsi della loro eredità. Violet, Klaus e Sunny devono batterlo in astuzia in ogni occasione, sventando i suoi subdoli piani e travestimenti per svelare il mistero della morte dei loro genitori.

#2 Dirk Gently

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Il detective Dirk Gently crede nella fondamentale interconnessione fra tutte le cose, ha un rapporto unico con le leggi della probabilità e della fisica e un profondo amore per i gatti e la pizza. Maledetto con un intelletto implacabile, poteri psichici che non comprende pienamente o non vuole, un dono per l’auto-mitizzazione, e la capacità soprannaturale di rilevare i disturbi nel tessuto della realtà, Dirk ha sentito una strana chiamata come investigatore privato per crimini impossibili.

#1 Orange is the new black 

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Una serie incentrata sulle vicende di Piper Champman, il cui rapporto decennale con il corriere della droga Alex (Laura Prepon) provoca il suo arresto e la costringe ad un anno di detenzione in un penitenziario federale. Per pagare il suo debito con la società, Piper deve scambiare la sua comoda vita di New York con il fidanzato Larry (Jason Biggs) con una tuta arancione e una sconcertante cultura in prigione, dove è costretta a mettere in discussione tutto ciò che crede e a formare nuove e inaspettate alleanze con un gruppo di eccentriche e schiette detenute.

 

 

Life (2017)

Life (2017)

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Una squadra di astronauti, a bordo di una stazione spaziale internazionale, entra in possesso di un campione organico proveniente da Marte. Lo scienziato del gruppo espone la microscopica cellula ad una serie di stimoli, nel laboratorio della stazione orbitante, e “la cosa” reagisce. Si festeggia anche sulla Terra e i bambini delle scuole le trovano un nome: Calvin. Ma Calvin non è innocuo: cresce, interagisce e, disturbato, uccide. La priorità cambia rapidamente a bordo e una s’impone su tutte: tenerlo lontano dal nostro pianeta.

Un film da gustarsi pop corn alla mano per fare una prova del nove: più sono i momenti in cui la mano resta impigliata nel bicchiere di carta e ci si dimentica di portare il cibo alla bocca, più punti guadagna il film, perché significa che fa bene il suo mestiere, intrattiene, spaventa, aggancia.
Se tra gli antenati di Life ci sia un Alien o l’altro, dunque, poco importa; è immediatamente chiaro che il papino di Calvin sta per diventare una sua vittima, la prima di quei dieci piccoli indiani di cui non ci resta che visionare il come, il dove e il quando, perché il cosa è affare noto. Così, tra un’apparizione a sorpresa e l’altra, del viscido e tentacolare marziano, si leggono in filigrana informazioni altre: una scala di valore degli interpreti, per esempio, per cui il bellimbusto e coraggioso Ryan Reynolds è sacrificabile prima del malinconico e intelligente Jake Gyllenhaall, o la presenza di un finale con sberleffo, di quelli che il cinema che si prende più sul serio non si può permettere, e che invece il genere può ancora sfoderare, con tanto di commento musicale ironico (quando sui titoli di coda parte una versione scanzonata di “Spirit in the sky”).

Per quanto questo sia un film che avrebbe potuto essere prodotto trent’anni fa, e anche molti di più, con altro stile e altro budget, va detto che il fatto che le conoscenze scientifiche dei nostri anni rendano in fondo credibile quanto prospettato (non da Marte ma da qualche pianeta molto più lontano non è da escludere che arrivi prima o poi una scintilla di vita rianimabile) bilancia alcuni snodi di più svolazzante fantasia e aggiunge un brividino gelido, a beneficio dell’effetto thriller.

I film più belli di Quentin Tarantino

I film più belli di Quentin Tarantino

Da Bastardi Senza Gloria a The Hateful Eight e Pulp Fiction: ecco la lista dei migliori film di Quentin Tarantino, uno dei registi più discussi degli ultimi anni.

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1 – Pulp Fiction

Cheeseburger, massaggi ai piedi, frappè da 5 dollari: attorno a questo caleidoscopio di temi futili ruotano dialoghi divaganti, che esulano dalla trama e che non sono mai funzionali al procedere dell’azione. Il loro scopo è quello di dare risalto al nonsense, di spiazzare lo spettatore, il quale osserva sul grande schermo personaggi che prima vomitano parole e subito dopo proiettili, come se nulla fosse. Con la sua struttura narrativa a blocchi che si intersecano in continui salti temporali, separati da dissolvenze e da titoli introduttivi, Pulp Fiction, tramite la disarticolazione dell’intreccio e la presenza nel racconto di MacGuffin disseminati qua e là, disorienta lo spettatore, ostaggio di una sceneggiatura scandita da un killer che deve uscire con la ragazza del boss, un pugile che vince un incontro truccato che dovrebbe invece perdere e da una rapina in un fast food.

A completare l’opera ecco un valzer di personaggi cult che basterebbero a riempire tre film, una valigetta di cui non sapremo mai il contenuto accecante e il biblico discorso “Ezechiele 25-17”. Tarantino si impadronisce di schemi e strutture dei film di gangster orientali, ricicla motivi e figure già viste altrove e stravolge così il cinema: l’impossibilità di identificazione da parte dello spettatore con i protagonisti, l’estetica da cartoon della pellicola e una certa anarchia narrativa rendono Pulp Fiction il capolavoro di Tarantino. Un film ridotto a pura superficie estetica, amorale e violento.

 

2 – Bastardi Senza Gloria

Un film cult già grazie alla sequenza iniziale, un blocco di 21 minuti con l’azione ridotta ai minimi termini: un campo lungo su una fattoria francese e in sottofondo Per Elisa di Beethoven, tema musicale che, sottilmente, fa presagire l’invasione tedesca in terra transalpina. Difatti le S.S. del colonnello Hans Landa (Christoph Waltz) – un villain spietato, erudito e poliglotta – sono a caccia di ebrei nella tenuta dei La Padite. Bastardi Senza Gloria rispecchia la volontà di Quentin Tarantino di fuoriuscire dall’autoreferenzialità per guardare invece alla Storia. La pellicola altro non è che un pittoresco gioco al massacro in cui tutti vogliono eliminare tutti: Aldo Raine (Brad Pitt, baffi da damerino, coltello alla Rambo e guance degne del padrino di Marlon Brando) è in missione segreta per uccidere Hitler; il colonnello Landa è lo spauracchio degli Ebrei, salvo poi dare l’ok all’operazione Kino (eliminare il Terzo Reich) per la gloria personale; Shosanna (Melanie Laurent) ha un conto aperto con l’alto comando nazista; il cinema (con la C maiuscola) ce l’ha con il corso della Storia, teatro di un Olocausto che sarà per sempre una macchia indelebile nelle coscienze.

Si salvi chi può da questa lotteria della morte, fatta di cadaveri che si accumulano nel corso del film, di continui rimandi al western all’italiana (ma anche a Lubitsch e Chaplin, vedi la scena di Hitler infuriato) e di una sensazionale licenza d’autore che travalica i confini dell’ucronia (la Storia fatta con i se). Nel giocare ai soldatini, Tarantino si diverte a far morire Hitler nel “suo” cinema. Il resto lo fanno un cast azzeccato e un’altissima regia in grado di mediare attraverso scene cult e dialoghi brillanti un tema scottante come quello della persecuzione ebrea. Inglorious Basterds è (anche) un titolo storpiato che rimanda al b-movie di Enzo G. Castellari (per lui un cameo come ufficiale delle S.S.), un generale inglese dal nome che sa di commedia sexy come Ed Fenech e sublimi rimandi cinefili: dai donchisciotteschi bastardi, che tanto ricordano Trinità, all’omaggio alle dive anni ‘30 (Bridget Von Hammersmark), passando per le musiche di Morricone, ascoltate in precedenza in spaghetti western di successo come Il Mercenario.

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3 – The Hateful Eight

Tempi dilatati, cadenze solenni, l’utilizzo di campi lunghi e lunghissimi nelle scene in esterni e l’ossessione per i primissimi piani negli interni, i dialoghi serrati e prolissi nei quali la tensione cresce fino a raggiungere un climax insostenibile, preludio all’imminente e inevitabile bagno di sangue. Tarantino, pur mantenendo un imprinting western con venature da giallo, utilizza il selvaggio West come mero pretesto per comporre un indovinello di 3 ore sulla falsariga dei gialli alla Agatha Christie, contaminando la pellicola con le atmosfere horror de “La cosa” di John Carpenter.

La sceneggiatura è di gran lunga meno ‘esplosa’ che in Pulp Fiction, ma il cinema di genere – nel caso specifico il western – è polverizzato lo stesso, imprigionato com’è in una stanza e depauperato di diversi clichè: c’è una diligenza in corsa come nell’Ombre Rosse di John Ford, ci sono i pistoleri e i soldati dell’esercito, abbondano i bounty killer come nella migliore tradizione dello spaghetti western (la figura del cacciatore di taglie era invece assente nelle produzioni hollywoodiane perché malvista). Eppure mancano gli inseguimenti a cavallo, l’assalto alle banche di El Paso o Santa Fe, il gioco d’azzardo. L’azione è pressoché azzerata in favore della contemplazione, di pause mai banali: questo perché The hateful eight è innanzitutto un western di dialoghi ossessivi, un’opera dall’evidente impianto teatrale scritta magistralmente dal regista, in cui il gusto per la citazione e per lo splatter ricorre come una rima interna al cinema del regista statunitense.

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4 – Le Iene

L’esordio di Tarantino è di quelli col botto. Veloci panoramiche da un personaggio all’altro (come per Godard) introducono i gangster, riuniti attorno al tavolo di un fast food intenti a chiacchierare del più e del meno (il significato di Like a Virgin di Madonna, il dovere di lasciare la mancia). Il regista di Kill Bill confeziona una pellicola a metà strada tra l’heist movie e i film di gangster orientali. Ma se il sangue e le pistole non tardano ad entrare in scena, la rapina è la grande assente del film. Non viene praticamente mai mostrata, solo raccontata dai protagonisti, fuggiti all’interno di un deposito abbandonato. Tarantino guarda al Kubrick di The Killing e omaggia spudoratamente, ai limiti del plagio, il cinema orientale (il film è quasi un clone di A Better Tomorrow di John Woo). Le Iene procede attraverso flashback, hit irresistibili, humour caustico e una violenza che colpisce lo stomaco dello spettatore.

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5 – Kill Bill

Riti di iniziazione, duelli western consumati però con lame affilate, coreografie di morte e sangue. Kill Bill è una delle vette stilistiche di Quentin Tarantino, che, tra una strizzata d’occhio ai kung fu movies orientali e il riciclaggio delle musiche di Ennio Morricone, narra la lucida e metodica vendetta della Sposa (una sontuosa Uma Thurman, stretta in una tuta gialla appartenuta negli anni ’70 a Bruce Lee). Uno dei soggetti classici del cinema – il tema della vendetta – viene stravolto dal cineasta di Knoxville, abile nel confondere e stordire lo spettatore attraverso continui flashback, nobilitando così un genere, quello dei film di arti marziali, considerato da sempre minore.

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6 – Django Unchained

Da Django di Sergio Corbucci riprende il grido di libertà che tanto aveva caratterizzato l’iper violento spaghetti western con Franco Nero (presente qui in un divertente cameo). Tarantino, per una volta tanto, riempie il suo cinema più di significati che di segni, contestualizzando l’odio razziale – tematica sempre di estrema attualità – agli anni antecedenti la Guerra Civile americana. Storia di formazione (di un bounty killer) e di amicizia virile, ma anche manifesto contro ogni forma di discriminazione. Il film con Jamie Foxx e Christoph Waltz resuscita un genere caduto in disgrazia qual è il western, ritraendo un’America bigotta e ottusa, popolata da esseri viscidi e arroganti come il Calvin Candie di Leonardo DiCaprio. Meno revival spaghetti western di quello che si pensi, Django Unchained rende omaggio ai maestri Leone e Ford. Strepitosa la messinscena che ha luogo nella tenuta di Candieland, la cui magione, nel finale, viene inondata dall’immancabile sangue, capace di imbrattare pareti e fiori. I corpi esplodono in un rosso vivo che riempe ogni inquadratura e che sancisce l’iperrealismo del filmaker statunitense.

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7 – Jackie Brown

Dopo il trionfo dei puzzle film Le Iene e, soprattutto, Pulp Fiction, Tarantino vira dai rompicapo ad una trama dallo sviluppo più rettilineo e tradizionale. Jackie Brown è un omaggio del regista alla blaxploitation anni ’70 (con la star del genere Pam Grier scelta per il ruolo da protagonista). Hostess dalla doppia vita, la Jackie del titolo contrabbanda denaro sporco per il losco trafficante d’armi Ordell Robbie (Samuel L. Jackson, ancora una volta gangster per QT). Viene però smascherata dagli agenti del dipartimento anti frode, che la invitano a collaborare. Dopo un’iniziale riluttanza, la donna troverà il modo di ingannare il proprio aguzzino e la giustizia. Il film forse più sottovalutato di Quentin Tarantino, impreziosito però da un cast stellare: da Robert De Niro (autore di un surreale omicidio a sangue freddo) a Michael Keaton, passando per Robert Forster.

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 8 – Grindhouse  A prova di morte

L’opera minore del re del pulp, in cui bolidi a 4 ruote aggrediscono l’asfalto tanto quanto bellezze sexy – da Rosario Dawson a Rose McGowan – provocano gli spettatori con i loro corpi. Grindhouse – A prova di morte è un horror senza la tensione che prevederebbe il genere, è un film che celebra le muscle car degli anni ’70 e le curve mozzafiato delle eroine della sexploitation dello stesso periodo. Le vicende ruotano attorno ad icone appiattite, bidimensionali, ridotte a pura superficie estetica. La violenza è sempre fine a se stessa, mai avvertita come reale, e questo fa della pellicola un fumetto a pieno titolo, di quelli usa e getta.

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E voi, siete d’accordo con la classifica? Fatemi sapere quali sono i vostri titoli preferiti di Quentin Tarantino nei commenti qui sotto!

The Ring 3

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In un aeroplano, un uomo è piuttosto nervoso. Chiede alla vicina di sedile se conosca la leggenda del video che conduce alla morte. Glielo chiede perché lui teme d’averlo visto e la sua settimana di vita residua scade tra cinque minuti. Infatti, da uno schermo a bordo dell’aereo la spettrale Samara si materializza. Due anni dopo, Skye, studentessa universitaria, adocchia un vecchio videoregistratore in un mercatino: Gabriel, suo professore, le spiega che proviene da una famiglia il cui figlio è morto in un incidente aereo un paio d’anni prima. I due passano la notte insieme. Gabriel lavora sul videoregistratore sino a farne uscire una videocassetta su cui è scritto: “Guardami”. E cosa fa, Gabriel? La guarda. Intanto, la giovane Julia è fidanzata con Holt, che la deve lasciare per andare al college. Il tempo passa, ma i due restano in contatto via Skype. Poi però qualcosa succede: Holt non chiama più. Julia riceve una videochiamata dal computer di Holt, ma si ritrova sul video una sconosciuta, Skye, che frenetica e spaventata parla dell’imminente arrivo di “lei”. Preoccupata, Julia si precipita al college per investigare, ma la questione invece di chiarirsi si complica: non trova Holt, ma parla con il suo professore, Gabriel, piuttosto evasivo e reticente. Julia insiste nelle sue ricerche e trova un libro scritto da Gabriel sul mistero di Samara: intuisce che c’è qualcosa di poco chiaro nel comportamento del professore e di Skye, la ragazza della videochiamata. Ancora non sa quanto ha ragione.

Più che un seguito, questo è peraltro una sorta di remake, dato che, pur dando per presupposta l’esistenza di una leggenda sul video maledetto di Samara (e quindi di un pregresso), ci presenta un nuovo set di personaggi che si ritrova alle prese con i guai conseguenti alla visione del video (più o meno gli stessi affrontati dai protagonisti dei film precedenti). Gli elementi disturbanti provenienti dall’originale restano e funzionano ancora: la trasmissibilità della maledizione che comporta una feroce riedizione dell’homo homini lupus, l’efficacia dell’icona spettrale principale (Samara), l’imperscrutabilità e ineluttabilità del Male e così via. Elementi di novità ce ne sono pochi, se non marginali, come la ricerca di Gabriel, mirata allo svelamento del soprannaturale nell’esistenza umana e il fatto che la vecchia videocassetta è rimpiazzata da un file informatico.

C’è la storia – il nuovo confronto tra lo spettro e gli esseri umani – e ci sono i personaggi, con le loro personalità e le loro vicende. Questo potrebbe bastare, se i personaggi fossero definiti e coinvolgenti, ma spesso non lo sono: la maggior parte di loro resta fermamente ancorata negli stereotipi di riferimento. La figura dell’ex prete cieco che la sa lunga è lo stereotipo più evidente, con i risvolti che ne conseguono. Inoltre, proprio la trama si riduce in sostanza alla consueta ricerca del corpo da bruciare per placare la sete di vendetta dello spettro e la tensione stenta a svilupparsi se non – ma questo è proprio il minimo sindacale per un horror – nel concitato finale, i cui risvolti malsani più che inquietanti sono cascami da feuilleton. Il sottofinale, per una volta, colpisce invece nel segno.

Gutierrez, comunque, si dimostra abile nella messa in scena, con una narrazione fluida e visivamente accattivante. Le visioni di Julia e le immagini surreali del video maledetto sono suggestive e adeguatamente inquietanti.
In un cast non sempre convincente, spicca Matilda Lutz con un’interpretazione sensibile e ricca di espressività.

La bella e la bestia (2017)

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Ventisei anni dopo il film d’animazione che per primo sfondò la barriera della nomination all’Oscar come Miglior Film, la Disney torna su quei luoghi incantanti: il villaggio francese di Belle e il castello stregato della Bestia, dove un orologio, un candelabro, una teiera e la sua tazzina, il piccolo Chicco, trascorrono l’esistenza prede di un sortilegio, sperando che non cada anzitempo l’ultimo petalo di una rosa o non torneranno mai più umani.

Il nuovo La bella e la bestia non reinventa quasi nulla, e laddove lo fa, nel prologo settecentesco, nell’introduzione di un paio di personaggi e di alcuni interpreti di colore, non opera modifiche particolarmente incisive e sembra piuttosto obbedire a qualche legge morale o hollywoodiana, che ha poco a che vedere col materiale creativo. Al contrario, il film di Condon segue piuttosto alla lettera il precedente animato, riprendendone il copione, il libretto musicale, le stesse inquadrature. Si può non comprendere fino in fondo la natura di questa scommessa, si può ragionevolmente ipotizzare che la logica sia in tutto commerciale, ma non si può non ammetterne il successo finale. In un momento in cui l’animazione ha preso strade più stratificate e sperimentali, spronata dalla rivoluzione Pixar, anche al più moderno dei classici Disney non nuoce una rinfrescatina, e qui c’è abbastanza entusiasmo per un’intera boccata d’aria fresca.

Curiosamente, si diceva, non sono le novità a sedurre, le nuove canzoni non la spuntano sulle “vecchie”, il nuovo viaggio nel tempo, che approfondisce la primissima infanzia di Belle, non cambia le carte in tavole: anche se in altro modo, è ancora una volta l’animazione a vincere, lo splendido lavoro di computer grafica, l’armonia con cui si fondono, a livello di immagine, la verità dei corpi e quella dell’invenzione.
La grande rivoluzione, su un altro piano, era già stata operata col cartoon, che aveva preso la più modesta, la più dolce e umile delle figlie di un ricco mercante caduto in disgrazia e l’aveva trasformata in una ragazza orgogliosa e annoiata, una lettrice, e dunque una sognatrice, una “strana”, insomma, agli occhi del borgo ignorante e conservatore, che conteneva già in sé un’affinità, un comune sentirsi outcast, con l’altro, vero freak del racconto: la Bestia. Condon spinge su questo punto, facendo di Belle un’inventrice a sua volta (di una rudimentale lavatrice), una donna che non ha bisogno di piacere a chi non piace a lei, e arruolando un’attrice come Emma Watson, che in certe battaglie si è già mostrata addestrata e credibile, anche giù dallo schermo.
Condon affonda nell’umanità dei personaggi e convince, mentre insegue, già che c’è, un gusto più contemporaneo e post-Twilight. Kevin Kline “riempie” una figura paterna un po’ vuota, Le Tont dichiara il suo accennato sentimento omoerotico, il clima si fa più oscuro e macabro man mano che ci si avvicina al tema frankensteiniano e il racconto, sull’impossibilità di essere felici se non si è liberi, torna alla portata di tutti, o quasi.